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Le mani iperabili di Nicolò Paganini
di Renzo Mantero
e per gentile concessione da Manovre n° 8 Aprile 1993
Le mani di Niccolo Paganini, che avevano possibilità di movimenti eccessivi, gli permisero di raggiungere
quel virtuosismo acrobatico sullo strumento grazie al quale ha toccato traguardi mai più raggiunti.
Lo attestano, in diverse forme, in primo luogo i giornali del tempo.
«Non v'è nulla di più difficile che descrivere le prestazioni di Paganini sul violino per renderne
comprensibile l'effetto a chi non l'abbia mai udito [...] La difficoltà e complessità dei passaggi
...sono davvero meravigliose, e ancor più ammirevole è la facilità con cui le supera.
[...]Il suo violino, in questi passaggi, sembra una parte di lui stesso, il mezzo espressivo più adatto per
comunicare ciò che la sua mente produce. Se un violino può sentire e parlare, è nelle sue mani che ciò
accade. La delicatezza e verità dell'intonazione sono sempre straordinarie. La nota attenuata, ridotta a
un filo, arriva distinta come quando egli strappa dallo strumento tutta la potenza del suono [...]
La parte più caratteristica della sua tecnica è l'uso delle note prodotte dalle dita della mano sinistra,
contemporaneamente a quelle date dall'arco, e le note armoniche che, prodotte da una leggerissima pressione
sulle corde, rassomigliano per la loro nitidezza e dolcezza a quelle più alte del flauto
[...] Con il simultaneo uso poi del pizzicato e dell'arco si può dire ch'egli fonda in un solo strumento il
violino e la chitarra [...] I suoi arpeggi hanno una rapidità e un'esattezza senza confronto possibile.
L'esecuzione dei tremoli in doppia e dei passaggi in ottava è bellissima, perfetta [...] Fa lo staccato
in modo diverso da chiunque altro. L'arco colpisce le corde una volta sola, ma sembra invece che scorra
vibrando su tutte le note che il musicista vuole, e fa questo con la rapidità del pensiero. Il suo modo
di colpire le corde è caratteristico: adopera or l'una ora l'altra estremità dell'arco e lo fa in modo
tale che, prima che l'arco tocchi la corda, l'esecuzione sembra debba riuscir pessima, e invece riesce
perfetta»
Queste meraviglie nascevano da mani iperabili, mani non soltanto capaci di movimenti al di
là della norma (come può accadere a mani abili divenute tali con l'esercizio continuo) ma dotate di
caratteristiche anatomiche tali da permettere movimenti impossibili ai più: movimenti esasperati, ma non
creati, con l'estenuante esercizio impostogli prima del padre, poi da se stesso.
«Niccolo va su e giù, per
giornate intere, su quello strumento che ormai non è più un pezzo di legno, ma della sua stessa carne,
e fa tanto male, per giunta: alle dita che, dopo una giornata di martellamento, pare ci sia caduto sopra
un macigno, al cuore che, a tratti, per il semplice gemito delle corde, si mette furiosamente a ballare,
ai nervi, che si tendono come spago»
C'è anche stato chi da descritto proprio le sue mani dopo averle viste suonare: « I suoi gomiti, quando
suona, sembrano rientrare e perdersi dentro il suo corpo, il suo polso è attaccato al braccio da articolazioni
così elastiche, così mobili che io non trovo paragone migliore di quello di un fazzoletto legato
all'estremità di un bastone, che il vento fa sventolare da tutte le parti. Le sue dita, già d'una lunghezza
proporzionata al corpo, sono state senza dubbio ancora allungate dall'esercizio del violino, e non temo di
affermare che la mano sinistra è più lunga della destra»
«L'estensione dei legamenti capsulari delle due spalle, e la lassità dei legamenti che uniscono il polso
all'avambraccio, il carpo al metacarpo e le falangi tra loro, chi lo presenterà, e avrà dunque la capacità
di fare ciò che egli fa? La sua mano non è più grande del giusto, ma egli ne raddoppia l'estensione grazie
all'elasticità che tutte le sue parti presentano. Così, per esempio, imprime alle prime falangi delle dita
della mano sinistra, che toccano le corde un movimento di flessione straordinario che porta, senza che la mano
si scomponga, nel senso laterale alla loro flessione naturale, e ciò con facilità, precisione e rapidità.
Si dirà che tali facoltà fisiche non si sono sviluppate se non attraverso un lungo esercizio. Può darsi,
ma bisognerà sempre convenire che la natura dovesse averlo mirabilmente conformato per arrivare a questo risultato.
Essa deve averlo gratificato di disposizioni organiche che poi lo studio ha perfezionato. Così, per arrivare
a essere Paganini, non gli sarebbe bastato il suo genio musicale: gli era necessaria la struttura fisica che ha,
la poca larghezza del petto e l'estensione che può dare ai legamenti delle articolazioni in movimento»
Sul rapporto tra disposizione naturale ed esercizio ecco un'altra interessante testimonianza: è in una
lettera scritta in lingua slava del magistrato raguseo Matteo Niccolo de Glataldi, che conobbe Paganini a
Venezia nel 1824: «Alla sera mostrò la mano sinistra al dr. Martecchini che era giunto il giorno prima da
Trieste. È straordinario quello che egli può fare con la mano. Piega lateralmente le dita.. .può allungare
tanto il pollice a sinistra da avvolgerlo intorno al mignolo... muove la mano nell'articolazione in modo tale
come se non avesse ne muscoli ne ossa.
Quando il dr. Martecchini gli disse che questa facilità di movimento altro non era che la conseguenza del
suo insensato furore di esercitarsi, Paganini lo contraddisse con veemenza.
Anche i bambini sanno che Paginini ancora oggi si esercita sette ore al giorno, sebbene egli per vanità non
voglia ammetterlo. Il dr. Martecchini però rimase fermo nella sua affermazione e allora Paganini cominciò a
infuriarsi e a gridare tacciando il dottore di essere un ladro ! e un rapinatore»
È un peccato che l'autore della lettera, convinto che Paganini mentisse, non riporti le sue argomentazioni:
ma è verosimile che egli, negando di esercitarsi sul violino così intensamente come si credeva, insistesse
proprio sul fatto che quella straordinaria flessibilità e mobilità le sue mani l'avevano sempre avuta.
Se infatti aveva ragione Bennati, che era medico e l'aveva osservato a lungo, queste doti (o difetti se
si vuole: in ogni caso, certo anomalie) erano in lui costituzionali.
A queste e a molte altre simili, descrizioni verbali di Paganini, delle sue mani e braccia e dei loro
movimenti, fanno riscontro poche, ma eloquentissime immagini visive. II calco in gesso delle sue mani,
conservato al Museo Masena di Nizza (la città dove Paganini morì), conferma la descrizione di Bennati,
mani non straordinariamente grandi, ma di anomale proporzioni e in anomala postura, che fa intuire
la lassità dei legamenti. Poi vi sono gli schizzi eloquenti e i precissimi disegni di Ludwing Burmeister
detto Lyser, un pittore sordo e un po' pazzo che, appassionato di musica, usava stare nei concerti
vicino all'orchestra per leggere la musica sui volti e sulle mani dei musicisti, che spesso ritraeva
sul suo taccuino. Il poeta Heine, che vide e descrisse Paganini, scrisse di Lyser: «Credo che a un solo
uomo sia stato concesso di restituire sulla carta la vera fisionomia di Paganini».
Della singolare apparenza fisica di Paginini, e dei molteplici gravi mali dei quali soffrì nella sua vita
tormentata, sono state date le più diverse spiegazioni: è stato ritenuto tisico, epilettico, e persino
adepto o stretto parente del diavolo. Di recente Myron Schonenfeld ha prospettato un'ipotesi che anch'io
ritengo assai fondata: che egli fosse affetto da malattia di Marfan. La ricca documentazione sulla sua vita di uomo
, di musicista e soprattutto di malato, sfrondata di sovrastrutture e incrostazioni romanticheggianti, offre molti
elementi di conferma. La malattia, descritta nel 1896 dal pediatra francese Antonin B. Marfan, si identifica oggi
in base alla presenza di una serie di elementi nessuno dei quali è di per sé sufficiente ma che pure non sono
tutti strettamente necessari: anche nei casi classificati con l'eponimo ne compare in genere la maggioranza,
quasi mai la totalità. In sintesi questi segni sono: dolicocefalia con viso sottile, prognatismo, pallore,
magrezza, ipotonia muscolare, forte lassità dei legamenti, prevalenza dei diametri longitudinali su quelli
trasversali, eccessivo accrescimento degli arti rispetto al tronco; misura dell'apertura delle braccia
superiori alla statura, disturbi della vista, particolare struttura delle ossa che le rende più leggere
del normale; cardiopatia valvolare;
aneurisma aortico, escrezione di idrossiprolina nell'urina assai superiore alla norma. Le prime undici
caratteristiche erano certamente presenti in Paganini, alcune, come s'è visto, in modo assai accentuato.
La leggerezza delle ossa del braccio è estremamente credibile e contribuirebbe a spiegare la facilità di
movimento sul violino. La cardiopatia valvolare è compatibile con le descrizioni delle sue manifestazioni
morbose, e un grave aneurisma o un'ectasia aortica spiegerebbe la tosse e l'afonia che lo perseguitarono
nell'ultimo periodo di vita, naturalmente non si può avere alcuna conferma sull'escrezione di
idrossiprolina, ma la carenza di questa proteina, che è una delle cause principali dei disturbi dei quali
soffrono gli ammalati di Marfan, spiegherebbe come il maestro fosse avido di carne e come il consumo di
essa giovasse alla sua salute.
Se così è, come io ritengo assai probabile che sia, si può dire che le straordinarie mani di Niccolo
Paganini siano state, prima ancora che le mani di un genio della musica, due splendide mani di Marfan.
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